Poveri per forza Mario Boccia2019-09-08T15:08:57+00:00

Project Description

Mostre

Mario Boccia

© Mario Boccia

Poveri per forza

Mario Boccia

Noi siamo  veramente i figli maggiori del mondo,
porosi a tutti i respiri del mondo, aria fraterna di tutti i respiri del mondo,
letto senza dreno a tutte le acque del mondo, favilla del fuoco sacro del mondo,
carne della carne del mondo  palpitante del movimento stesso del mondo

Aimé Césaire

“Il futuro dell’Africa è nero” recitava uno slogan di AMREF da cui uno dei miei viaggi ha preso le mosse. Uno slogan che poteva essere l’affermazione di una nuova, orgogliosa “negritudine” o piuttosto la constatazione amara di ciò che è.

500 anni di danni, dalle razzie schiaviste al moderno mercato globale, passando per il colonialismo, hanno messo in ginocchio l’Africa. L’arroganza aggressiva del pensiero occidentale ha attaccato le culture autoctone cercando di omologarle a modelli stranieri, spesso in conflitto tra loro. Non un confronto sui valori che arricchisce gli interlocutori, ma ripetute imposizioni, violente e irrispettose.

Secoli di conquiste militari, penetrazione economica, sfruttamento delle risorse, evangelizzazioni o islamizzazioni forzate, hanno messo in crisi orgoglio e dignità, cercando di ridurre l’essere neri a complesso d’inferiorità.

Molti governi locali sono corrotti, è vero, ma lo erano anche i regimi coloniali bianchi che li hanno preceduti e di cui ancora il continente paga il prezzo, mentre nuovi colonialismi economici si affacciano. Gli allarmi che fino a poco tempo fa si sono pensati “apocalittici”, sono ormai realtà. Una natura straordinaria, che sembrava capace di assorbire tutti gli attacchi che le erano portati, è stremata, sfruttata e i danni prodotti sembrano già irreversibili. Il lago Vittoria, grande due volte e mezza la Sicilia, è un’immensa pozza inquinata.

Viaggiare in Africa, fuori dei circuiti surreali del turismo organizzato, è un’esperienza devastante. Non si tratta di fronteggiare l’emergenza, ma la normalità violenta e rapinatrice di un modello di sviluppo sbagliato. L’Africa muore di fame, sete, inquinamento, malattie, guerre per permettere a noi di morire d’indigestione e conservare i nostri standard di vita. Non si tratta di sotto-sviluppo, ma di sovra-sfruttamento.

Il Kenya è per molti un paese ricco, bene organizzato, luogo di vacanze. Girandoci dentro scopri il bluff: il Kenya, che pure sta meglio di altri paesi, può esplodere o implodere sommessamente. Ero passato per Nairobi l’ultima volta nel ’94, non potevo immaginare che la situazione sarebbe potuta peggiorare.

E’ un circolo vizioso: l’attacco alla natura produce cambiamenti climatici, cambiano le stagioni, la faccia della terra (siccità, inondazioni, erosioni), si estinguono animali, si diffondono nuove malattie. Cambiano le attività di uomini e donne che cercano di resistere. Le economie rurali, anche quelle di sussistenza, entrano in crisi lasciando il posto a milioni di “profughi ambientali” che abbandonano le loro terre per finire nell’inferno delle baraccopoli urbane.

Questo l’intreccio tra clima e povertà. Ma la povertà di milioni di Africani, loro, è garanzia di sviluppo, profitto e privilegi, seppur sempre più accentrati nelle mani di pochi, per noi.

Non vale solo per l’Africa, ma per tutto il pianeta. Il conflitto tra una minoranza sempre più ricca e una maggioranza sempre più povera è inevitabile.

La terra è una e saremo tutte e tutti indifferentemente a pagare un prezzo alto se non consideriamo il futuro come qualcosa di più lungo della nostra aspettativa di vita residua, ignorando chi verrà dopo.

Smettiamo di chiamare “modello di sviluppo” qualcosa che per soddisfare il mondo di sopra impoverisce quello di sotto. Possibile che non sia chiaro a ciascuno che ci stiamo comportando come una muffa parassita che distrugge la pianta dalla quale si nutre? L’Africa non ha bisogno di elemosina, ma di giustizia. Tutti ne abbiamo bisogno.

A cura di Michela Becchis

Mario Boccia

Mario Boccia è un fotografo e giornalista specializzato in reportage di attualità.

Da free-lance, ha pubblicato articoli e fotografie su testate italiane ed europee (oltre quaranta).
E’ stato corrispondente e inviato de “il Manifesto” da Sarajevo, Belgrado, Pristina, Skopje, Dyarbakir e Bagdad.

Dal 1989 ha lavorato anche in scenari di guerra in molti paesi (Balcani, Africa, America Latina, Medio Oriente), ma non ama essere definito “fotoreporter di guerra” (semmai: “in guerra, suo malgrado”).

Attualmente preferisce definirsi “fotografo di lamponi”, perché dal 2003 (anno della sua fondazione) segue le attività della cooperativa agricola “Insieme” di Bratunac (Bosnia Erzegovina) che produce confetture e succhi di piccoli frutti (lamponi, mirtilli, more e altri), nella zona di Srebrenica. “E’ sicuramente meglio appartenere ai lamponi che alla guerra”.

Le sue foto sono state utilizzate per promuovere campagne solidali di ONG, e Agenzie dell’ONU come: UNHCR, COOPERAZIONE ITALIANA, OXFAM-Italia, AMREF, LEGAMBIENTE e molti altri.

Torna alle mostre