Piedras Negras Lina Pallotta2019-09-08T15:07:39+00:00

Project Description

Mostre

Lina Pallotta, Piedras Negras

© Lina Pallotta

Piedras Negras

Lina Pallotta

La globalizzazione, propagandata come strumento per ridistribuizione della ricchezza del primo mondo e una nuova utopia economica sociale, ha incrementato la diseguaglianza economica e diffuso una cultura omogeneizzata. Il sogno dei paesi poveri, sottosviluppati è stato alimentato attraverso la fabbrica dei sogni delle soap-opera e la manipolazione del desiderio e dei bisogni. 

Nella relazione tra il Messico/USA, lo strumento principale di globalizzazione è stata NAFTA, ratificata dopo molti dibattiti e controversie nel 1994.

Quando persone si incontrano e culture si contaminano, la lotta per l’identità, per la sopravvivenza, diventa di fondamentale importanza. A Piedras Negras, una piccola città al confine messicano con il Texas, che ho visitato per la prima volta nel 1994, ho trascorso un po’ di tempo con l’assistente sociale Julia Quinones, un’ex operaia, che ora organizza le donne che lavorano nelle maquiladoras – le fabbriche di proprietà di corporazioni straniere dove un’incredibile 65% delle maestranze erano donne – dove prodotti a basso costo sono fabbricati per i mercati dei paesi industrializzati. Grazie a lei ho avuto accesso alle case e alla vita personale delle donne delle maquilas e lentamente ho iniziato a documentarle. Questi scatti non mostrano eventi particolarmente importanti o significativi, ma piuttosto l’apparente banalità della vita quotidiana, i suoi ritmi si intravvedono attraverso gravidanza, vita domestica, feste religiose e il lavoro in fabbrica.

Questa scansione delle routine è il focus delle mie esplorazioni visive: credo fermamente che nel caos delle relazioni umane, nell’incessante interazione tra le persone, possiamo testimoniare la vita con tutti suoi conflitti, disperazioni, gioie e speranze. La fotografia per me non è mai un negoziare la “giusta distanza” ma la produzione di immagini é una conversazione, un momento di scambio di esperienza con il soggetto. 

Il progetto maquilladora risuona dentro di me come lo specchio delle mie memorie,  svela la connessione tra il mio mondo – l’Italia del Sud e il Messico.

Non ho alcuna pretesa di rappresentare la “verità oggettiva” che conferma opinioni comprensibili o precostituite; queste immagini sono il risultato di una visione personale che implica prendere una posizione, che include le mie esperienze e la mia appartenenza. una visione che imposta il tono, il colore e la forma del mio lavoro.

Lina Pallotta

Fotografa documentaria nata a San Salvatore Telesino (BN), si trasferisce a New York alla fine degli anni ottanta, dove si diploma in “Fotogiornalismo e Documentario fotografico” all’International Center of Photography. Spinta da una forte motivazione a fare la differenza, è attratta dalla cultura underground, dalle sottoculture, dalle storie meno gridate, dalle donne del Messico, dalle persone che hanno storie di rivalsa da raccontare.

Tra i lavori più conosciuti: Porpora e Valerie (2013); BASTA – to Work and Die on the Mexican Border (1999), sulla vita delle lavoratrici messicane nelle fabbriche di frontiera. Ha esposto in mostre personali e collettive in Europa e negli Stati Uniti, e pubblicato in riviste nazionali e internazionali.

Dalla metà degli anni 2000 tiene regolarmente seminari e conferenze per l’International Center of Photography, l’Empire State College, di New York; Frontline Club, Londra; Spazio Labo’, Bologna; Limes, Cagliari; Minimum, Palermo; e “F.project – Scuola di Fotografia e Cinematografia”, Bari. Tiene il master annuale SHOOT! Narrazione e Ricerca ad Officine Fotografiche Roma ed è stata membro del comitato scientifico di Fotoleggendo, per cui ha curato le mostre di Morten Andersen, Birgitte Grignet, Jason Eskenazi, Katrien De Blauwer, Michael Ackerman e Igor Posner. È stata la direttrice artistica di Gazebook: Sicily Photobook Festival 2017.

Nel 2014 vince il Premio Osvaldo Buzzi del “International Trophies of Photography” BN.

Le sue opere sono conservate in collezioni private e musei, come Craf – Centro Ricerca Archiviazione Fotografia e la collezione di Donata Pizzi.

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